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Suor coppola


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Suor maria raffaella coppola



suor Maria Raffaella Coppola. Nata a Casal di Principe (Caserta) il 26 febbraio 1883, Maria Teresa Coppola era figlia di agiati agricoltori; la sua istruzione scolastica si fermò alla terza elementare, alla sua educazione cristiana ci pensarono oltre la famiglia e la parrocchia, le suore Figlie di S. Anna, che la prepararono alla Prima Comunione. Fece parte dell’Associazione delle Figlie di Maria; dedita in un apostolato silenzioso e nascosto nell’assistere i malati a domicilio, specie i più poveri, a cui lasciava un aiuto in provviste portate da casa; era un’anima schiva nel dare spettacolo di sé, come tante altre ragazze della generosa Terra Campana, che consacravano la loro vita al Signore nell’assistenza ai bisognosi, senza pretese, nelle parrocchie dei loro paesi. Fu naturale che giunta all’età della scelta della propria vita, esprimesse il desiderio di farsi suora, al suo padre spirituale che le chiedeva quando avesse sentito la vocazione alla vita claustrale, rispose: “Sempre, dall’uso di ragione”. Nel 1910 a 27 anni, superando le resistenze dei genitori, Maria Teresa entra nel convento delle “Trentatré” di via Pisanelli a Napoli, delle Clarisse Cappuccine di stretta clausura, accompagnata dagli afflitti genitori e dal fratello sacerdote don Giuseppe Coppola. Realizza così il sogno e il desiderio della sua vita, sente che è fatta per quella vita di silenzio, di preghiera, di feconda vita contemplativa immolata all’Amore di Dio e alla salvezza del mondo. Il 24 ottobre 1910 avviene la vestizione della novella sposa di Cristo, la cerimonia ha una suggestione particolare, la novizia vestita da sposa, il cambio dell’abito con la grezza tonaca, del velo con una corona di spine, il taglio dei lunghi capelli, il cambio del nome in Maria Raffaella. L’anno seguente come religiosa corista, dà i voti semplici e nel 1914 quelli solenni e definitivi; svolse con grande carità il compito d’infermiera del convento, si distinse per la perfetta ubbidienza alla Regola, alla badessa ed ai superiori, per la stretta clausura papale anche durante la malattia, per la pratica della penitenza e per il costante anelito alla santità.


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